Secondo il senso comune il pregiudizio è un’idea, un’opinione concepita sulla base di convinzioni personali e prevenzioni generali, senza una conoscenza diretta dei fatti, delle persone, delle cose, tale da condizionare fortemente la valutazione, e da indurre quindi in errore o anche una convinzione, una credenza superstiziosa o comunque errata, senza fondamento. (Treccani)
Una definizione maggiormente intuitiva è possibile trovarla in un divertente corto d’animazione intitolato “Snack attack” in cui viene mostrato quanto il pregiudizio influisca sulla percezione della realtà e sulla memoria, come asseriscono le neuroscienze, quando spiegano che le attivazioni emotive non solo influenzano ma attivamente contribuiscono alla creazione dei ricordi e delle connessioni neuronali, confermando ancora una volta quanto ciò che percepiamo, la realtà per come la conosciamo, non sia oggettivo ma imprescindibilmente soggettivo e, per questo, pericolosamente fuorviante.
Qui sotto trovate il link a questo divertente video!
Finora, dunque, se ne ricava un quadro soprattutto negativo del termine, ma i pregiudizi sono esclusivamente opinioni preconcette che rischiano di farci assumere comportamenti sbagliati o hanno anche un’utilità per la nostra mente? Scopriamolo insieme!
Se analizziamo la parola ci accorgiamo subito che è presente un prefisso, “-pre”.
Ma cosa indica questo prefisso?
Pensando ad altre parole simili come “ricovero pre-ospedaliero”, “saldi pre-stagionali”, “ritiro pre-partita”, capiamo che questo prefisso indica qualcosa che viene prima di qualcos’altro.
Quindi il pregiudizio viene prima del giudizio e per capire il primo è importante comprendere il secondo.
Giudicare è un’attività imprescindibile dell’essere umano e grazie allo sviluppo di tale abilità siamo riusciti a svilupparci, ad evolverci, a passare dalla vita nelle caverne ad abitare le sempre più grandi e complesse città odierne, sviluppando pensiero e competenze manuali. I bambini giudicano continuamente, e noi stessi non riusciamo a non giudicare ciò che vediamo e che ci succede intorno. Giudichiamo gli eventi, le persone e perfino noi stessi per poter costruirci opinioni e riferimenti utili per orientarci, prendere decisioni, avere punti fermi.
Un giudizio, quindi, è l’azione del fare una sintesi dei nostri ragionamenti che utilizziamo per compiere un’analisi degli elementi o fenomeni che abbiamo davanti, creandoci così un’opinione.
Un pregiudizio, invece, è un giudizio a priori nel senso che non deriva dall’analisi dei fatti ma è precostituito, il cui collegamento alla situazione non viene assunto ma viene desunto. Ad esempio, se cammino di sera nella periferia di Torino, probabilmente non mi sentirò tranquillo e sereno come se camminassi in centro e questo perché attribuisco una maggiore pericolosità e degrado sociale alla prima. A partire dalla mia esperienza personale? Molto probabilmente no e forse tenderò a sovrastimare il rischio proprio in accordo con questo mio pensiero preconfezionato: e questo è il pregiudizio.
Ma qual è l’opportunità applicativa di questo meccanismo mentale?
Vediamo sinteticamente tre utilizzi:
- spiegarci la realtà: dare significato a ciò che vediamo e viviamo.
- fare ordine: mettere insieme elementi diversi sotto un’unica etichetta.
- controllare la realtà: o meglio illuderci di poterlo fare dato che l’unica cosa che possiamo controllare è l’idea che abbiamo della realtà, non la realtà stessa.
Effettuare le operazioni sopra descritte comporta un’intensa attività portata avanti nel qui-e-ora della situazione con un elevato dispendio di risorse mentali, sia cognitive dato che ci impegniamo ad osservare, analizzare, categorizzare, sia emotive nel sentire l’effetto che ci fa quel determinato fenomeno o che tipo di reazione ci sollecita; tutto questo per poter, alla fine, esprimere una sentenza, una decisione, un giudizio, appunto.
Dato che tutto ciò è faticoso da portare avanti è a questo punto che entrano in campo i pregiudizi!
Creandoci una serie di considerazioni a priori, positive o negative, che non necessitano di continue verifiche possiamo affrontare la realtà con più leggerezza e facilità. Diventano una sorta di abitudini cognitive che ci permettono di liberare risorse mentali per dirigerle su altro, altre attività, altri pensieri, ecc…
Quindi i pregiudizi ci servono a risparmiare energia mentale. L’abitudine ci consente di compiere un’azione in modo automatico senza dover pensare a tutto quello che comporta il compierla, come ad esempio il camminare: noi non pensiamo, quando camminiamo, che dobbiamo spostare il peso su una gamba, alzare l’altra, sbilanciarci in avanti e tutte le innumerevoli micro-azioni che ci servono per poterci muovere. Così mentre camminiamo abbiamo altre risorse cognitive e possiamo usarle per guardarci attorno, parlare con la persona accanto a noi, pensare a cosa faremo dopo o quale sia la strada più breve per arrivare alla nostra meta. O ancora, quando ci troviamo ad affrontare una situazione conosciuta possiamo appoggiarci alla nostra esperienza potendo anche effettuare alcune previsioni su come si evolverà con il risultato di sentirci rassicurati e contenuti da questi scampoli di certezza.
Risparmiare energia, però, comporta una serie di conseguenze che è importante prendere in considerazione.
- La prima è che si perde in definizione: una volta che creiamo un pregiudizio viene applicato automaticamente alla situazione senza ulteriore verifica, quindi corriamo il rischio di perdere elementi caratteristici, unici ed irripetibili di quel momento.
Ad esempio, è come creare un cassetto su cui metto un’etichetta “tazze”. So che dentro quel cassetto troverò delle tazze e quando ne avrò bisogno non dovrò cercarle in tutta la casa. Ma quell’etichetta non descrive ogni singola tazza con le sue specificità e differenze di forma, dimensione, colore, ecc… mi restituisce un’immagine della realtà, a grandi linee, dai contorni sfumati e poco definiti.
- La seconda è che si perde in flessibilità: quando mi creo un pregiudizio su una situazione o su una persona o su un gruppo di persone, difficilmente sarò disponibile a modificarlo anche se incontrerò elementi diversi da quelli che ho già raccolto e che potrebbero farmi cambiare idea.
Possiamo definire il pregiudizio, quindi, come una rappresentazione rigida, semplificata e poco accurata della realtà.
Nonostante questi aspetti, però, non possiamo e non riusciamo a farne a meno: non riusciamo a non giudicare e non riusciamo a non risparmiare risorse mentali perché il cervello ha bisogno sia di capire che di rilassarsi.
Giudicare, quindi, non è negativo di per sé ma è come usiamo i nostri giudizi e pregiudizi che fa la differenza. Se ad esempio li rendiamo granitici ed impermeabili alle influenze ambientali, rischiamo di crearci visioni limitate e non ci rendiamo disponibili all’incontro con la novità e alla crescita. Se invece usiamo il giudizio per mettere in discussione ogni cosa rischiamo di non crearci punti fermi e di sviluppare uno scetticismo radicale che non ci permette di orientarci e comprendere ciò che accade intorno a noi.
Per concludere, il nostro cervello anche se non è un muscolo per funzionare bene ha bisogno, comunque, di essere tenuto in allenamento; incontrare sempre e solo ciò che si conosce e fare sempre le stesse cose, in altre parole restare nella propria zona di comfort, non è il modo di allenarlo. È necessario esporsi all’ignoto, incontrare la novità, solo così non potendo fare affidamento a ciò che già sappiamo, siamo costretti ad analizzare il fenomeno e ridefinire le convinzioni già costruite e sedimentate.
Le risorse emotive che ci permettono questo passaggio sono lo stupore e la curiosità, perché ci spingono ad andare oltre le apparenze e ai dati a disposizione, ci spingono all’esplorazione, alla scoperta, all’approfondimento, ci fanno mettere in discussione ciò che sappiamo allenandoci così a creare nuovi collegamenti e nuovi significati, in altre parole usciamo dalla staticità dell’abitudine ed entriamo nel dinamismo della novità.
Proprio come ha scritto Bernard Baruch: “In milioni hanno visto la mela cadere ma Newton è stato quello che si è chiesto il perché”.